28/01/2012  
“Non ci sarà più frutto, i campi non daranno più cibo..., ma io mi rallegrerò nel Signore”.  
  (Abacuc 3:17,18)  
Mi è davvero difficile capire come sia possibile rallegrarsi in tempi di grave carestia e di bisogno estremo, quali quelli indicati dal profeta Abacuc. È come dire: “Non riesco più a trovar nulla da mangiare, ma sono contento e mi rallegro!”. Sembrano le parole di un pazzo, non certo quelle di un “profeta”, cioè di una persona che parla nel nome del Signore. Che senso hanno allora queste parole? È opportuno osservare subito che Abacuc non si rallegra certo per la visione della situazione così difficile in cui il popolo si troverà, ma si rallegra unicamente “nel Signore”. Egli sa che quella situazione di giudizio, pur se dura e angosciosa, fa parte del progetto divino per portare al ravvedimento e alla salvezza il Suo popolo. Anche noi, come Abacuc, dovremmo imparare a guardare oltre. Infatti, oltre ogni situazione di prova, vi è il proseguimento del progetto di Dio per la nostra vita il cui obiettivo unico è sempre il nostro bene. - p.m.  
     
     
     

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